![]() Weblog in versi di Giovanni Monasteri
|
produzione poetica provvisoria e instabile semilavorati in lavorazione |
giovanni.monasteri[chiocciola] gmail.com
Mira Porte
... Una passeggiata a Mira Porte, mentre le bambine dormivano (non dovrei lasciarle sole).
Sempre più esiliato.
Come faccio a mettere in versi questo avvilimento. Come si fa.



Non rende, così piccola.
Adesso ho un monitor da 24 pollici,
un teleobiettivo 70-300 mm.
E un sacco di guai.
|
Anna Maria Marinuzzi Misticanza |
|
|
Ed eccomi qui dunque con questo carico di affetto per tale parlata, che si sposa magnificamente con l’endecasillabo italiano e col sonetto di Jacopo da Lentini, a commentare la poesia di Anna Maria Marinuzzi, poetessa romana non nel sangue (essendo lei romana d’adozione), ma per converso romana tanto, tantissimo nel cuore. [...] dalla prefazione di Renato Ornaghi
L’ispirazzione Me zompa ner cervello mentre scrivo, Quer coso de cui annate tanto fieri, Così succede pure a li sonetti:
|
|
L'altra notte sognavo che ero morto
Tornavo dal lavoro stanco morto
e per le scale udivo come un coro
di orazioni, o di canti, un responsorio
di voci bianche e di amen cupi e gravi.
Che i miei vicini (perlopiù cinesi
e tunisini) stessero ascoltando
radio Maria, lo reputavo un fatto
non meno singolare dell'assenza
dello zerbino, che, come notai,
era sparito. Avrei congetturato
d'aver sbagliato scala, o condominio,
non fosse che appiccata sulla porta
era un'antica targhetta d'ottone
con, ancora leggibile, il mio nome.
Le luce nelle scale era un po' fioca,
sì che fu faticoso - in un intrico
di badge lucchetti e chiavi USB -
trovar la chiave, e avendola trovata,
infilare la toppa. Ma la porta
si apriva a un tratto, o mi veniva aperta,
quasi mi si aspettasse in casa mia,
dove vivo da solo – ma non ero
più vivo, mi pareva: ero disteso
sul letto, ed ero morto.
Il vestito era scuro, cereo il viso
come d'un morto. E morto ero davvero:
un morto inappuntabile e severo
tra quattro ceri, con le scarpe nere
e nuove e lucidissime (le suole
- pensai - giammai avrebbero calcato
la terra, e sulla terra camminato).
Avevo tutto ciò che deve avere
un morto, e che ad un vivo non disdice:
una camicia bianca, la cravatta,
tra le dita il rosario. Ero sereno,
parevo addormentato - ed ero serio,
come di certo si conviene a un uomo
in quello stato: dritto, e finalmente
ben pettinato.
Le mie sorelle erano assise in cerchio
intorno al letto, in abito da lutto,
giusta l'usanza, e addolorate il giusto.
Senza smettere la giaculatoria,
alzavano lo sguardo e con un cenno
salutavano me, che salutavo.
Curva sul capezzale era mia madre.
Mi scacciava le mosche dalla fronte
con un nero straccetto, e la baciava
rantolando il mio nome, disseccata
d'ogni voce oramai e d'ogni pianto.
Però anche lei s'avvide del mio arrivo,
mi salutò, m'indicò a me col mento.
"Se n'è andato", diceva, "e non toccava
a lui questa ventura: a me toccava".
"Non era vecchio, aveva cinquant'anni,
e un cuore così grande, così grande
che mai da Morte ne fu soffocato
uno più grande". Poi enumerò
altri miei pregi, mi narrò di nuovo
di quel parto podalico e di altre
birbonate e prodezze: di quand'ero
infante, poi ragazzo, di com'ero
bravo a scuola, il primo della classe,
e di come mi aveva perdonato;
perché ero stato, è vero, un po' scapato:
dedito a imprese oziose, un sognatore
svogliato – però tanto, tanto buono.
A dirla tutta, una testa di cazzo,
che con rara costanza e vero zelo
tradì ogni suo talento, ogni promessa.
Lo ammetto: mi commossi a questo punto.
Ero un reprobo, sì, ero colpevole
d'esser vissuto, e poi d'essere morto.
Come dire il dolore, la vergogna,
l'inutile, sincera contrizione
d'esser così mancato e di mancare
a me stesso e per sempre, dopo tanti
rinvii, speranze, attese fiduciose.
Avrei ancora, se avessi potuto,
indossato d'emblée quella carcassa,
col suo vestito nuovo - ma null'altro
potei che piangere, lì, ginocchioni,
allato dell'amato mio congiunto.
Rincasando
In che paese mai, in che contrada
vado errando stasera, che non trovo
la Romea, la mia strada verso casa?
Sono serrate tutte le serrande,
spenta ogni insegna. Le otto e mezza appena
ed è notte deserta – Ma qualcosa
divampa laggiù nel tenebrore
oltre le ferriere e le villette.
Un incendio, diresti, o un temporale,
bivacchi forse, o fuochi di ciminiere.
Non meno del tramonto
l’alba è ancora lontana, e di sicuro
quelli non sono lampi,
quel rombo non è tuono.
Non è di certo il crepitio e il bagliore
di una maschiata a una sagra
di paese, ché in questa buia landa
fitta di strade e di covi di umani
non ci sono paesi, e tanto meno
santi patroni.
Forse lampeggiano gli ultimi fuochi
di una tardiva, fioca contraerea.
Maschiata: Dial. per per scoppi di mortaretti, o anche fuochi d'artificio. I lessicomani possono cunsultare qui.
|
|||||||||||||||
Caterina
Caterina coltiva un bel giardino.
sarebbe molto bello, perlomeno,
se non fosse un giardino
condominiale, mal recintato,
se le talpe i condòmini i vicini
non fossero un'incivile
marmaglia multietnica.
Di notte veglia, scrive poesie.
Ne ha tante, ripartite in varie aiuole
ordinate e catalogate:
queste per Dio, queste per la mamma,
queste erotiche e queste invece no.
Queste contro la guerra e queste (ahi quante!)
per lui, per l'altro, insomma per l'amore.
Un tempo se ne vergognava,
le teneva per sé, le concimava
ogni giorno con il disprezzo
dell'ultimo suo amante.
Ora, chissà perché,
le va offrendo ai passanti
in mazzi di foglietti scompagnati
strappati a mille quaderni. Caterina
è una pazza, una prodiga mendìca
che squaderna il suo cuore di fanciulla
nell'indifferenza del mondo.
Nei giorni di pioggia, ai semafori,
con in mano quei fiori appassiti,
si china sul parabrezza
e ti guarda. E' ancora una bambina.
Ha occhi scuri e supplici di cane,
tristi come l'inverno.
Via Pergola
Le stesse povere case,
ma i plasticoni che erano pastello
ora sono grigi, crepati,
striati delle rugginose lacrime
di grondaie sfondate.
Non erano state che catoi
negli anni cinquanta, poi
furono intonacate,
sopraelevate di uno o due piani.
Molti di quei balconi
non hanno più gassine*,
né panni stesi e panieri appesi,
né graste di prezzemolo e gerani.
La parabola non può mancare
dove ancora abita qualcuno:
disoccupati, vedove, lapisti*,
la famiglia che chiamano i pazzi,
qualche ladro. E mia madre.
* gassina: Avvolgibile fatto di assicelle di legno, collocato sul lato esterno delle imposte
* lapista: addetto a piccoli trasporti mediante motofurgone del tipo Ape Piaggio
Poesia di Natale
Per anni ogni nuova poesia
fu l'ultima, un'epigrafe,
un rinnovato addio.
Ora che non ho più niente da dire,
neppure ad memoriam,
lucido col sidol le iscrizioni,
per non dimenticare
che qui giace l'amore.
Atarassia
Perché non scrivo? Me lo chiedo anch'io.
Non è che non avrei niente da dire:
accadono cose orribili nel mondo nei blog.
C'è di che querelarsi, in versi e in prosa.
Non bastasse la crisi, e il saliscendi
delle borse e il tempo che è uno schifo
(una bella metafora, il maltempo),
è di nuovo Natale, mondo cane.
Ma nulla mi appassiona,
neppure il tuo livore,
o fanciulla gentile. Se non scrivo
è perché non mi spiace, in fondo e infine,
essere totalmente anaffettivo.
Bah!
Chissà se c’è davvero. C’è chi giura
d’averla vista all’alba, chi di notte,
alle undici di sera alle otto all’una
e persino di giorno, ad ore strane.
Potrebbe non esistere o, se esiste,
rivelarsi soltanto agli iniziati.
Mente agli occhi assonnati, è un’apparenza,
un satellite meteo, una vana
parvenza tra le nubi novembrine.
E’ un concetto, un’ipotesi, una mezza
verità che talvolta appare intera.
Sarebbe, se davvero fosse vera,
così incostante ubiqua salterina,
ora rossa ora bianca ora di rame,
ora più tenue di una lieve piuma
ed ora incisa come una lacuna?
L’orbita irregolare a serpentina
è una scusa di chi ci crede ancora,
di chi incolpa le stelle d’ogni strana
altalena del cuore – non esiste
in nessun luogo, né è esistita mai,
la luna.
“Amore”
Me la ritrovo scritta dappertutto,
pubblicata e inedita, segreta
e, ahimè, oscenamente divulgata,
la parola, e con essa la notizia
che ho amato. Né posso più nasconderla:
impiegherei mill’anni a cancellarla.
"Amore”! - Ma cos’è, Diotima, amore?
Non è che anomalia grammaticale,
un predicato strambo tra io e tu,
(tra tu e me): un affetto, dopotutto,
divenuto affezione del linguaggio,
una proliferazione di linguaggio
maligna. Il te è fungibile: ci metti
qualsiasi nome e il canchero rimane.
A volte pare a te che non funzioni
la permutatio: io invece di tu,
te in luogo di me, ma quel costrutto
resta un vacuo nonsenso, una finzione
di senso, un’illusione.
Il contravveleno a volte è un semplice
“Non”, che è una parola tra parole.
E se non basta, puoi scrivere e dire
parole di dispregio - e vedrai, Diotima,
vedrai che svanirà come un folletto,
un sospiro nell’aria, il sortilegio.
Domenica
Mi alzo dal letto che ho già preso
la grave decisione
(o forse è lei a prendermi,
mentre ancora sbadiglio): mi rado.
Lascio solo il bargiglio.
I primi peli grigi sulle gote.
Tardivi, a dire il vero. E un poco storti.
Ritti, stopposi, quasi un'aliena,
più ispida vegetazione.
(Avevo scritto qui, ieri sera,
due mezze righe. Versi, pressappoco.
In uno compariva tra due virgole
la parola amore. Seleziono,
premo Delete. Le dodici e trenta,
l'ora di colazione.)
Aprendo un pacchetto
Io come te infedele,
per quanti anni ho atteso.
Infine ho preso le forbici. Prima di aprirlo,
l'ho scalpato, ma lentamente,
perchè, sai, eri stata crudele
a tradire la tua quasi promessa.
L'incarto era di carta nera e rossa,
d'oro il nastro e tutto arricciolato
come capelli arruffati.
Non sapevo più dove tenerlo.
Sul tavolo in cucina mi pareva
troppo in vista: gli amici
mi avrebbero chiesto per chi fosse.
Inoltre non volevo avere fretta,
né, questa volta, essere ottimista
come quando avevo acconsentito
che entrassi nella mia casa più segreta.
In un cassetto no, troppo nascosto.
Speravo di non dimenticarti,
o di aspettare il tempo di capire
se valesse la pena aspettare.
Sul comò forse, innanzi alla specchiera
in cui a lungo si specchiò, tetragona
bambola capelluta. O sulla panca,
negletto e impolverato come altri
più antichi ingombri. Oppure sopra il letto
dove avresti dormito con me - forse.
Molto di te mi avevi raccontato,
tutto di te ignoravo, tranne gli occhi.
Ti sarebbe piaciuto? Era un po’ troppo
o troppo poco? E inoltre (e innanzitutto),
avresti, amore, preso quel treno
prima che la rafia delle ciocche
perdesse il suo colore?
|
|