![]() Weblog in versi di Giovanni Monasteri
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produzione poetica provvisoria e instabile semilavorati in lavorazione |
Shadow cabinet
O nobile ombra, o
spento simulacro di governo,
fioca parvenza di governo,
lemure smunto e afono
che concioni suadente
con vigore fiacco e senza l'audio
su podi bassi e smorti - mentre gli altri
sbraitano da palchi
imponenti e radiosi!
O sbiadito fantasma,
malinconico spettro di speranze
defunte, scialbo dissenso,
consenso rassegnato,
buonsenso vile e impotente!
O collegio irreale, ministeri
fantasmatici, sottosegretari
pallidi, ministeri oltretombali!
Ah tarda, inerte saggezza!
Imbelle bontà sbeffeggiata!
Pazienza mite e codarda!
Ah impegno inoffensivo,
irrisa pacatezza, moderazione,
stolta ragionevolezza!
Ah confronto civile, civile
indignazione, e rispetto
dei patti statuiti
e per le istituzioni!
E cerchiobottismo, e ragioni
di chi ha avuto ragione,
pace dei vincitori,
virtù che soccombe e si riduce
in ranghi sempre più angusti,
nel limbo dell'opposizione!
Se po' fa', ma tacete, state bboni,
a cuccia, a gnaulare in castigo,
al palo, alla stanga - nell'ombra!
Passeggiata in centro stasera.
Tanti fighetti in giro
e coppie di pensionati.
Nessun essere umano di pelle scura,
né slavi scalcinati,
né venditori di rose. Hanno paura.
Spritz all'aperto a un tavolo per due
(solo quindici euro).
Sul tavolo una gardenia.
E' stato facile: ora
la città è sicura.
I miei vecchi amici sono vecchi.
Hanno grigi e radi i capelli.
Io folti e neri, invece. Mi sfoltisce
una calvizie segreta, d'altra specie:
perdo le parole. E più invecchio
più (con rimpianto forse) me ne spoglio.
Si agitavano un tempo come foglie
in un ventoso aprile. E tutti i versi,
gli altrui e i miei, mi sembravano belli,
se soltanto volevano sembrarlo.
Ah, come tutto era era diverso allora,
quando non conoscevo, non udivo
il canto festoso del merlo.
Potessi, volessi ora descriverlo!
The Winter's Tale
Dopo aver visto, ieri sera, "il racconto d'inverno", in un'antica edizione della BBC, della collezione ARDEN...
Ero Leonte stanotte nel sogno.
Non a caso re di Sicilia
e geloso. Ormai vecchio
e macilento, artritico,
rannicchiato sul trono. E Pentito,
oh sì,
ma non ricordavo più di che misfatto.
E tu, mio amore, non riuscivi
a resuscitare del tutto.
Nella pietra il tuo volto traspariva
come un cuore pulsante in una teca
opaca d'anni e lacrime.
O come un feto invischiato
in ragnantele antiche. L'atmosfera
non era di risveglio, ma di lutto.
Mi erano familiari i lineamenti,
ma non eri una sola persona.
Ti amavo come si ama
l'ultima donna amata,
ma eri insieme Perdìta ed altre figlie
e amanti - di ogni età, di ogni stagione.
Tutti i nomi confusi
in un singhiozzo, nell'invocazione
impedita dall'afasia e dal pianto,
in quell'improbabile Ermione.
il dopo-elezioni
Dopo l'aprile piovoso (e non solo),
spero che faccia bello e il merlo esulti
là sulla tenera cima reclina
dell'abete davanti al mio poggiolo.
Spero che maggio duri i suoi trentuno
giorni, e poi segua giugno anche per me.
Che venga tardi luglio e poi l'autunno,
spero, e di alzarmi presto la mattina
per rassegnarmi al sonno non più tardi
delle dieci di sera. Che non strillino
per le scale i bambini, ch'io non oda
altro che il merlo cantare. E che infine
ci facciano la grazia di abolire
la moda delle braghe a vita bassa,
perché siano più fighe le ragazze.
Il programma del nuovo governo
1) Meno tasse, più dazi.
2) guerra ai poveri Daci.
Ode
Più che d'essere stato il gran poeta
che fui, quando lo ero,
per una volta oggi sono fiero
d'essere ciò che sono:
un oscuro impiegato del fisco
che approva il blitz intrepido di Visco.
Grazie, mio valoroso comandante,
o Massimo Romano.
Con un nome così, La Repubblica
- mentre tutto, ahi, traligna
dalle patrie virtù -
dovrebbe proclamarti imperatore.
Onore e gloria al più vilipeso
governo della stroria.
E se davvero lo fossi, poeta,
sarei un fervoroso apologeta
del prode, benché imbelle, e onesto Prodi.
(Leggete qui. E' la Waterloo del guru ipocrita che predicava la democrazia del web. Ora implora l'intervento di tremonti!
Fa quasi pena. Tanto che non me la sento di tributargli un sincero vaffanculo).
Maledetto sia l'amore, disse la dea dell'amore.
dovete assolutamente leggere qui.
E' una traduzione della grande Anna Setari di un brano tratto dal poemetto Venere e Adone di Shakespeare.
I fumatori
I fumatori mesti,
stupidi fumatori
nel cortile dell'intelligent building
o seduti sui gelidi gradini
della scala antincendio,
a coppie o soli, taciturni - loro
la sera guardano tutti i telegiornali,
ma non andranno a votare.
Le mogli li hanno mollati,
di scatti contrattuali
non sono mai informati, non gliene cale.
I colleghi li chiamano ladri,
dicono che finiranno male:
un bel cancro sarà il loro salario.
L'inflazione è al 4%,
la nazionale non promette bene,
si scioglie la banchisa polare,
le banche americane hanno perso 180 miliardi di dollari nell'ultimo anno,
Berlusconi vincerà le elezioni
e loro che fanno? Fumano.
Fumano! E tacciono. Infreddoliti e grami,
perseguitati dai solerti agenti
del dl 16/01/2003 n. 3,
invisi agli ottimisti ai pessimisti
ai salutisti ai sindacalizzati,
loro, l'appestata e silenziosa
minoranza, gli stoici pezzenti,
alla vita non chiedono che questo:
qualche pausa per scomparire un poco
dalla scena triviale.
Sono apatico, ingrasso. Ho sempre sonno,
non c'è libro che non mi sia letargico.
Mi duole ogni giorno qualcosa, ed è una scusa
per non fare, non scrivere, ignorare
le piccole scadenze micidiali
che aumentano giorno dopo giorno
il debito e maturano il protesto
dell'inesorabile cambiale.
Somatizzo non so che cosa.
Forse la campagna elettorale.
Digerisco male, ho un peso
all'epigastrio, dove fanno grumo
aspirazioni, amori - ideali forse.
Ah, l'orribile faccia inceronata
del Malefico Ipocrita che ammicca
come Riccardo Terzo ("fu mai
una donna sedotta
in tale condizione?").
Se avessi soldi, giuro, me ne andrei
in una beauty farm, a dormire
nel morbido letto di fango
di una stazione termale,
in un denso Lete di vapori
sulfurei. Non sopravviverò
fino all'election day.
Dopo le ferie (agosto 1998)
Ogni anno è più esigua e smangiata
la striscia d'asfalto in cui termina
la strada del ritorno. E' appena agosto
e le piogge riprendono a ferirla.
Ci ha bruniti a dovere il sole di luglio
che tutto assopisce e ci colma
dei doni che meritiamo.
Ha guastato le prugne, stroncato
l'abete trapiantato, maturato
i semi delle gramigne.
Incendi veleggiavano al tramonto
sulle colline listate di nero.
Poi la sassaiola, una cascata
improvvisa di grandine brutale.
Lapida i gerani, lacera
la nuova tenda da sole.
Spiove e l'autunno di colpo
scolorisce l'oro delle stoppie.
Tacciono i grilli - o furono cicale
sotto le stelle che ad una ad una
tutte sono cadute?
Appena il tempo per salutare,
ammainare l'amaca, ripiegare
lenzuola di fortuna. Le valige
non furono mai disfatte
e resta acceso al minimo il motore
per le ultime due ore
interminabili.
E' più che mai difficile scansare
sulla striscia d'asfalto buche e frane
quando la vecchia grama e i quattro sassi
sono già alle mie spalle, un barbaglio
nel vetro retrovisore, quello sguardo
di mater dolorosa lagrimosa
che lungamente peserà sul cuore.
(questa mi era sfuggita, era in fondo al cassetto)
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Tu e le tue fissazioni! mi vien voglia
di rinfacciarti le mie piaghe, quelle sì cancrenose, immedicabili... Ma no, sbaglio. Non io, tu sei l'erede d'una sacra penuria, te e i tuoi da sempre ha saccheggiato il cielo. C'è più tristezza nel tuo lutto per un gioco perduto, per una bambola squartata che nel mio per il novero dei morti che colleziono da una vita. E' più giusta, ha più stoffa la tua pena. E intanto non riesco a consolarti, mio affannato, tremante, altero amore! Non rispondi, mi guardi come, ma sì, come un nemico di classe se cerco di distrarti, se ti ricatto con la tenerezza... Ma credimi, tesoro, che non voglio rubartelo l'osso del tuo dolore. Giovanni RAboni
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Stalking (2)
Nei sogni càpita ancora d'incontrarla.
Per lo più in luoghi pubblici, per strada.
Al suo passaggio la scena
come in un fermo immagine si raggela:
una folla fioca e sconosciuta
resta immobile e intenta, mentre lei,
nerovestita e altera, fila svelta
verso una calle stretta, una svolta,
un portico, un portone che la inghiotte.
Anch'io sto fermo, per lo più seduto,
ma non come chi aspetta.
Il luogo non mi è familiare. Andavo in giro
tra cartelli e insegne e rii e ponti
non so in che direzione. Lei invece
ha una precisa meta:
passarmi accanto di fretta,
per ricordarmi che è bella
e che le sono invisibile.
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Pâle matin de Février
Couleur de tourterelle Viens, apaise notre querelle, Je suis las de crier; Las d’avoir fait saigner pour elle
Plus d’un noir encrier... Pâle matin de Février Couleur de tourterelle. Paul-Jean Toulet ------------------------------- Pallida mattina di febbraio color di tortorina vieni, quieta la nostra contesa son stanco di gridare Stanco d'aver fatto svenare per colei più di un nero calamaio Pallida mattina di febbraio color di tortorina Traduzione di Anna Setari che prende in prestito da Zena Roncada il color di tortorina. |
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Zirkus |
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[...]
E’ così in Zirkus: il dio creatore sparisce, è sullo sfondo ma resta muto. Il dramma si consuma tra la massa degli spettatori e i protagonisti, nel continuo rimbalzo tra chi sembra addossarsi nei suoi equilibrismi il peso e le fatiche del mondo e chi, inerte, crede semplicemente di assistere alle messinscene, senza darsi immediatamente conto di esserne egli stesso protagonista, in egual misura e con identiche responsabilità.
[...]
(dalla prefazione di Brunella Saccone a Zirkus, di Rita Mazzocco, Feaci Edizioni, Febbraio 2008) |
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Blocco del sistema
Crash del sistema. Ancora. La cartella,
quella con dentro il nuovo poemetto,
non risponde al clic, non si apre.
Il dannato cassetto s'è incastrato.
Non è un pc qualsiasi, ha un grande cuore,
un pentium dual core.
Eppure, o proprio per questo,
funziona sempre peggio.
Lo so, è solo somatizzazione,
ma questo non rende il guasto meno grave,
meno maligno il male.
E non è affatto una consolazione.
L'antivirus da poco aggiornato
non segnala infezioni, la memoria
è sufficiente - e un chip, se non è bruciato,
è immune da oblio e rimozioni.
Non so che fare. La scienza informatica
(più attendibile della scienza medica)
direbbe che i troppi task in esecuzione
confliggono tra loro.
Variazione
Subito dopo cena, ieri sera,
lei scongelò e cucinò un cinghiale,
rimestò a lungo sughi (il pranzo era
per cinque convitati, forse sei).
Poi incoperchiò le pentole e i tegami
e se ne andò con un arrivederci
a domani.
Oggi difatti eravamo in tanti
a pranzo, in casa mia: io e lei.
La cuoca, la fantesca, la sorella,
la padrona di casa, l'ex amante...
Inoltre erano state convocate
la donna della mia vita (ancora lei)
e lei, la moglie, lei, la cara amica.
Non mancava all'appello che la fica.
Ieri sera
Subito dopo cena, ieri sera,
ha cucinato il coniglio ,
rimestato sughi (un ricco pranzo
per quattro, e pure abbondante).
Poi ha incoperchiato pentole e tegami
e se n'è andata.
E' quasi l'una. Forse
dovrei mettere la pentola sul fuoco.
Spero arrivi qualcuno.
Almeno lei, la cuoca, la fantesca,
la mia padrona, la mia antica amante.
E come potevamo noi cantare....
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